05. Anna, la scoperta

Dopo aver lasciato Flora, in una primavera ancora restia, e il mare di Rimini grigio come la saracinesche chiuse degli stabilimenti, la mia classe se ne andò in gita. La gita lunga, quella del quinto, l’epopea di ogni liceale italiano. Io ero un po’ indeciso: il pensiero di condividere più delle cinque ore d’ufficio con i compagni di classe e i professori un po’ mi angustiava, ma il fatto che andassimo in Sicilia mi stuzzicava parecchio. Avevo bisogno di spazi vasti, di sole, di movimento, delle rudezza di un paesaggio come quello palermitano, che nel mio immaginario aveva le forme dei film per la TV e dei racconti delle detenute che erano passate dal Pagliarelli di Palermo.

La notte in treno fu lunga: il cambio a Bologna, l’espresso notturno fino a Villa San Giovanni, lo stretto all’alba, il sole ormai alto sul Tirreno. Qualche bacio, qualche manata scomoda con Flora, per inerzia, nello scompartimento dove le altre quattro vicine di banco fingevano di dormire. Due di esse rimpiangevano di non essere al posto di Flora, le altre due avrebbero preferito morire piuttosto che farsi toccare da me. Una buona proporzione, pensai.

Palermo m’investì come uno sbuffo d’incenso. Le strade erano vermi di terra, sporchi e viscidi, di un basalto antico, e su di esse scorrevano liquami e odori che non sapevo distinguere. La gente ti guardava diritto negli occhi, tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, come se volessero capire se potevi tornare loro utile o se al contrario costituivi un pericolo. Questo mi ricordava certi sguardi visti in carcere. Io non abbassavo gli occhi, pur respirando un filo di paura, perchè così mi aveva insegnato mia madre, e spesso mi guadagnavo un “Buongiorno” da parte di chi incrociavo. Dopo un po’, standome indietro, distaccato rispetto agli altri ragazzi, cominciai io stesso a salutare, e non ci fu una volta che il saluto non mi venisse ricambiato.

Ad Anna feci un cenno di omaggio con la testa, che lei ricambiò infilzandomi quei suoi occhi azzurrissimi in mezzo ai miei. Tanto bastò perchè la sera stessa, abbandonati gli altri, andassi a perdermi per i vicoli del centro storico di Palermo, dove mi avevano detto che la notte durava più del buio, nella folle intenzione di ritrovare la luce di quello sguardo meticcio.

Ebbi fortuna e la ritrovai a Piazzetta Garraffello, a braccetto di un’amica, che passeggiavano. Mi avvicinai con un numero di repertorio.

- Scusa, conosci un bar carino, magari non troppo affollato, qui nei dintorni?

Mi puntò di nuovo gli occhi in mezzo al cranio, e dietro teneva l’artiglieria di un sorriso accecante, pronto a sparare.

- Che genere di bar?

- Di quelli che piacciono a te.

La notte la passai ostaggio di quegli occhi carcerieri, di quella bocca scolpita, di quella pelle mediterranea, di quei ricci che mi attorcigliavano i sensi, a parlare e ad ascoltare di tutto e di niente. Del perchè bisogna leggere Sciascia per imparare l’Italiano, del fatto che dopo i Nirvana c’era solo da passare a Tom Waits, di che cosa significa essere donna in Sicilia, del gelato al pistacchio contro quello alla cannella, del futuro che non eravamo in grado ancora di conoscere ma ce lo immaginavamo come gli eroi, sempre giovani e belli. Anna si lasciò accompagnare a casa all’alba, dal chiosco lungo il mare che aveva abbeverato le nostre chiacchiere.

- Io abito qui. Magari domani passi a prenderti un latte di mandorla, tanto sono da sola a casa…

Tanto sono da sola a casa. Rientrai in albergo con quella frase che mi rimbalzava nel cervello, e una volta in camera, mi chiusi in bagno, feci scorrere l’acqua calda nella vasca, e mentre i sensi si scioglievano nel vapore, mi masturbai pensando a lei, da sola, in quella casa, che faceva lo stesso.

L’indomani, liquidati gli impegni ufficiali con una scusa, uscii a metà mattinata alla ricerca di quell’indirizzo, sudando sotto un sole più che primaverile. Non avevamo nè cellulari nè chat-lines nè internet nè voli low-cost allora, e dalle donne si andava con passi lunghi e ben distesi. Quando arrivai nella sua strada, nei pressi di Piazza della Kalsa, la vidi da lontano, seduta sul balcone al primo piano, con un vestito bianco dalle spalline sottili, i piedi greci appoggiati a uno sgabellino di legno e vimini, intenta a leggere un libro. L’avrei presa in quel preciso istante, su quel balcone, come un terremoto che ti sorprende nella calma della notte. Si voltò, come manovrata da una premonizione – di quelle premonizioni che le donne sentono come certezze in fondo al ventre – e mi vide arrivare. Il suo sorriso, di nuovo.

Non disse nulla, le parole le avevamo già usate. Mi prese per mano e mi portò in camera sua, una camera borghese e un po’ infantile, con i poster di Klimt, bambole sparse, e tanti soprammobili, tra cui un souvenir di Bologna. Lasciò cadere le spalline del suo vestito con quella timidezza che un uomo crede sincera e poi, negli anni, capisce essere la più affilata delle armi di seduzione. La sua pelle urlava secoli di storia. I capezzoli scuri risaltavano come magneti. I peli tra le sue cosce odoravano di tufo e basalto. Sentii l’improrogabile urgenza di baciare quella fica a un tempo giovane e antica, la fica di una dea greca rifugiatasi a Palermo per nascondersi dalle proibizioni di una nuova religione.

A diciotto anni scopare è un esercizio. Nella palestra del sesso, io ero un ginnasta medaglia d’oro, rispetto ai miei coetanei anagrafici. Ma Anna era una pittrice.

- Qui. Più sopra. Sempre e solo lì.

Furono le uniche parole che pronunciò quella mattina, la mattina che scoprii il clitoride e la possibilità di dare piacere senza dare intrusione. Lasciò che leccassi e succhiassi fino a quando non mi tirò su lei stessa e mi volle dentro di sè. Anna era più che sesso, era un viaggio nel tempo, la scoperta di una dimensione nuova – ma io non lo sapevo ancora, percepivo solo che davanti a me il futuro si stava rivelando meno noioso del previsto.

04. Sicurezze

15 febbraio 2010 - Una Risposta

Mi sono trovato spesso, io che un padre non l’ho mai avuto, a fare da padre alle mie donne. Quasi sempre, a dire il vero. All’inizio pensavo che quel loro continuo chiedere – chiedere tutto: attenzione presenza modi stili amore e anche sesso – derivasse da un gioco di seduzione, un gioco di ruolo in cui loro interpretavano la parte delle bambine capricciose e io quella del padre burbero, che alla fine soccombeva alle malizie della carne della propria carne. Poi, piano piano, il dubbio ha cominciato a prendere terreno. E se fosse vero? E se dietro al gioco di ruolo non ci fosse nulla? E se il ruolo e la persona combaciassero?

Cominciai a pormi queste domande mentre stavo con Flora. Non avevo nemmeno diciott’anni e in quel 1995 che sembra così lontano in Italia riverberavano ancora gli echi del grunge. Kurt Cobain era morto da un anno e io andavo in giro con maglie a collo alto, camicie a quadri di due taglie più grandi e anfibi militari. Le ragazze che frequentavo, pure. Niente giri di parole, eravamo esistenzialisti senza saperlo – qualcuna leggeva Sartre ma la maggior parte si fermava a Jack Frusciante è uscito dal gruppo - e per cominciare a toccarsi non ci voleva molto, un po’ di vino, qualche volta una canna, spesso la complicità del buio dei bar che bazzicavamo.

Flora era molto cattolica. Faceva 300 addominali al giorno e 5km di corsa. Cominciava a studiare un’ora dopo la fine della scuola, giusto il tempo di pranzare, interrompeva per cena e riprendeva fino a mezzanotte spaccata. Usciva solo il sabato. Ogni cosa che interrompesse la sua routine – io, in primo luogo – veniva apostrofata con un “Maria Vergine, aiutami tu!“. Flora aveva una carica sessuale che ho ritrovato poche altre volte negli anni a seguire.

Ci mettemmo insieme dopo una festa a base di vino e storielle spinte. Il vino lo aveva portato lei, lo produceva suo padre. Le storielle spinte, invece, le raccontavo io, seduto sul divano, atteggiandomi a grand’uomo. Non ricordo cosa dissi, ma ricordo bene come mi ritrovai presto con le mani che armeggiavano con i bottoni dei suoi jeans. Ci vedevamo poco, a scuola durante la ricrezione – l’ora d’aria, la chiamavo io – e il sabato.

- Vieni alle sette, non prima!

Alle quattro ero già sotto casa sua, con i mano i libri d’ordinanza per sviare gli sguardi indagatori della madre. Alle quattro e un quarto le stavo già leccando i suoi grossi seni. Quella brava donna si lasciava fare di tutto ed io ero ben felice di esplorare ogni centimetro di quella pelle fresca e dal sapore di sacrilegio. Ogni lembo sapeva di conquista, tutto il suo corpo era terra di conquista, in un gioco delle parti che mi sembrava, all’inizio, chiarissimo. Presi a masturbarla non solo con le mani, ma con qualsiasi cosa mi capitasse a tiro: pennarelli, spazzole, i tacchi delle sue scarpe da sera. Quando però tiravo fuori il mio cazzo, lei si chiudeva a riccio, non ne voleva sapere per nessun motivo, e prima con qualche scusa e poi con qualche reticenza, riusciva sempre a smorzarmi le voglie.

Lasciai passare quattro sabati interrogandomi sulle ragioni di quella che ai miei occhi di allora appriva come una evidente contraddizione. Avevo profanato con le mie mani ogni immaginabile parte del suo corpo, e lei ne aveva gioito libertinamente: avevo leccato e succhiato ogni lembo di pelle che mi conduceva alla sua fica pelosissima, e lì mi ero soffermato per interminabili minuti. Avevo assaporato ogni suo fluido, avevo ascoltato dalla sua bocca ogni sorta di incitamento e apprezzamento, ero fiero e sicuro di darle piacere. Eppure lei non voleva darne a me. Pensavo che il suo essere cattolica le facesse considerare la passività sessuale come un peccato veniale, e assai più grave l’attivismo. Mi sbagliavo.

- Ho bisogno di sicurezze. Ho bisogno che tu mi dica che mi ami davvero.

La guardai allibito e con il cazzo ancora duro mi rivestii e uscii dalla sua stanza. Credo che la madre se ne accorse della mia erezione, mentre la salutavo dall’ingresso.

Riflettei. Le volevo bene, ma l’amore, quello no. Non sapevo cosa fosse e non ero ancora intenzionato a scoprirlo. Come si fa a capire l’amore se prima non si sono capite le donne? E come si possono capire le donne se non se ne frequenta il più alto numero possibile e in ciascuna si creda fermamente di aver trovato l’ultima? Ma la sicurezza, forse, potevo offrirgliela. La evitai accuratamente durante tutta la settimana e il sabato mi presentai da lei più trasandato del solito. Con la voce rotta dall’emozione, glielo dissi.

- Ti amo. L’ho capito solo adesso, dopo averti perso per una settimana.

Mi aspettavo un interrogatorio. (Sarei stato pronto ad affrontarlo; alla Giudecca me ne avevano raccontati tanti, e anche dopo). Invece, mi saltò con le braccia al collo e mi baciò. Facemmo l’amore immediatamente, in tutti i modi possibili, e continuammo per una settimana, ovunque potessimo. Nei bagni della scuola, del bar, sotto l’androne del suo palazzo, di sera tardi. Dopo una settimana la lasciai e lei non fece una piega. Entrambi sapevamo, in cuor nostro, che le sicurezze non durano per sempre.

03. Clara, il desiderio del desiderio

27 novembre 2009 - 2 Risposte

Clara l’ho conosciuta attraverso internet. Dopo che per sei mesi mi ero scopato una napoletana conosciuta per puro caso sulla chat di un programma di scambio file, decisi di esplorare le possibilità della rete. Esclusi da subito i siti di incontri virtuali e le chat lines, e mi concentrai sui social networks. Fu all’interno – per modo di dire – di uno di essi che conobbi Clara.

Un gruppo di frequentatori di questi siti, residenti come me a Rimini, decise di passare dal virtuale al reale e di organizzare degli aperitivi. Gli apertivi. Il rituale religioso di questo secolo italico, il prêt à porter della sociabilità, la nuova frontiera del markting bottegaio, l’iniziazione costante, il differimento in sè e del sè. Beviamo. Spizzichiamo. Beviamo ancora. Ci vado e lascio ai giovani l’entusiasmo, mi accontento di tre vodka-sour. Beviamo e dimentichiamo la vita, concentriamoci solo sull’attesa.

La noto subito, per l’altezza. I capelli mori lisci e lunghi, fisico longilineo e faccia di bambola. Parlantina infinita, bulimia di giudizi su tutto e tutti. In una situazione normale, penso, sarebbe insopportabile. E allora decido di portarla al limite, di smontarla pezzo per pezzo, di toglierle certezze e significati da sotto i piedi. Sapevo che sarebbe stato un lavoro lungo, ma a quel tempo mi stavo specializzando sui casi difficili. Ed in effetti, dopo diverse settimane spese tra giri di parole che puntualmente mi rimandava al mittente in uno spirito di competizione evidente, compresi che si era fatta ora di alzare la posta. Clara aveva a suo modo capito che era al suo cervello che stavo puntando, per arrivare al suo sesso.

- Fai così con tutte, sei solo un parolaio, lo so!

E allora, durante una festa, le metto le mani addosso, davanti a tutti, insensibile alle sue resistenze e minacce. Ma commetto un errore: non vado fino in fondo. Dopo le prime schermaglie di lingua e mani, in un attimo di pausa, lei si affaccia a una finestra e si accende una sigaretta: io me ne accorgo e l’afferro veloce da dietro, con entrambe le mani le alzo la voluminosa gonna a fiori e comincio ad accarezzarle le cosce. Mi spingo sempre più su e sento chiarissimo il sudore sulla sua pelle. Poi, però, mi fermo. C’è qualcosa che non quadra: lei non reagisce, anzi, mi lascia fare. Possibile che non finga nemmeno un po’ di resistenza o pudore per quelle trenta persone che ci stanno guardando incredule? Possibile che abbia già ceduto? Non volevo crederci.

E in quella situazione di stallo della comprensione rimasi ancora qualche tempo, fin a quando non fu lei a rinfacciarmi – con uno sguardo tra il sadico e il frustrato su quel volto di bambolina – l’errore di essermi fermato. Allora capii: mi aveva bloccato quel suo – probabilmente inconsapevole – farmi mancare il desiderio da sotto i piedi. Avevo sopravvalutato le sue insicurezze e sottovalutato la corazza che si era costruita. Errore tattico: piano B.

Ricomincio con le parole. Apparentemente ottengo le stesse reazioni di prima, e si torna a creare quel gioco al massacro di un uomo e una donna che si misurano sulla retorica. Ma questa volta so cosa fare e lo faccio: mi ritiro all’ultimo momento, proprio come aveva fatto lei la sera della festa. Nei nostri scambi salaci non porto mai l’affondo, mi ritiro con un sorriso o una risata all’ultimo istante, gliela dò vinta. Il risultato è che si presenta un pomeriggio a casa mia, all’ora del the. Con un’ampia gonna a fiori.

Beviamo a mangiamo, e finalmente il gioco della seduzione si sveste dei suoi certami oratori e si fa ammiccante ed allusivo: tanto che prima di baciarla sento perfino un’ombra d’imbarazzo. Stesa sul divano, l’accarezzo come farebbe un innamorato, e sento calore e desiderio nell’aria. Lei si apre.

- Sono sempre stata indecisa nei tuoi confronti: non sapevo se volevo menarti o scoparti.

- Fa differenza?

Avevo vinto anche questa volta. Non vinco sempre. Quasi sempre. Ecco perchè le sconfitte sono tutte le volte molto cocenti. In cuor mio avevo già deciso che non l’avrei scopata quella sera. No. Le avrei fatto mancare il desiderio, come lei aveva fatto con me.

Mentre si spoglia i miei occhi e la mia bocca la vestono di ammirazione. Un corpo invidiabile, dei più eleganti che abbia visto. Comincio ad accarezzarle le braccia e le spalle, mi concentro su quella pelle ancora inesplorata e senza fretta arrivo a baciare i capezzoli scuri e rugosi. Con le mani le solletico il pube e le cosce. Poi mi alzo di scatto, la metto a pancia in giù con un gesto d’imperio e con infinita lentezza le sfilo il perizoma, mentra la mia lingua le inumidisce la fessura del sedere. Mi fermo per un istante. Poi le infilo un dito in mezzo alle gambe. La sua figa è sottile e stretta, ed è letteralmente fradicia; la sua faccia affondata nel cuscino. Mi apro la zip dei pantaloni e le appoggio la punta del mio cazzo tra le gambe divaricate. Geme.

Con un’erezione furiosa, mi stendo a fianco a lei e prendo fiato, per controllarmi. Clara si gira a guardarmi e capisce al volo che per lei non ce n’è. Riparte all’attacco con le parole, perchè tutto il suo desiderio è ora concentrato in mezzo alle sue cosce. Io resto rigido nel mio proposito.

- Non voglio scoparti. Voglio desiderarti. E voglio che tu ti cibi del mio desiderio di te.

02. La mia ossessione

Ho superato la soglia dei trent’anni da poco. Dovrei mettere la testa a posto. In un certo senso l’ho messa, dato che da un anno a questa parte la infilo sempre in mezzo allo stesso paio di gambe. A lei piace da impazzire.

Lei è la mia fidanzata, e siamo perfino andati ad abitare insieme. O meglio, sono io ad essermi piazzato a casa sua. Del resto, certi servizi si pagano. Ho cambiato anche città, sono venuto a vivere a Londra, con l’Inglese me la cavo e poi qui, anche se fanno solo finta, almeno sembrano gentili.

I primi tempi giravo in metropolitana per giornate intere, all’inizio con delle mete precise e poi sempre più a caso, scegliendo a naso la fermata dove uscire: riemergevo all’aria aperta ed esploravo i dintorni. E’ così che ho conosciuto la città: come frammenti di vicinato che apparivano all’improvviso alla vista mentre salivo l’ultima rampa di scale mobili, e le luci e i suoni diversi che si palesavano mi staccavano da quei neon un po’ tristi e quel continuo sferragliare dei treni del sottosuolo. The Tube, come la chiamano qui, può essere alienante visivamente e sonoramente.

Dopo un po’ che la frequenti, per esempio, cominci a notare i tratti comuni delle persone che ti stanno intorno. La mattina presto, sulle linee centrali, la Piccadilly e la Central, trovi quasi solo impiegati che lavorano nella City. Beh, non lo so se sono impiegati, ma sono sicuramente tutti dei white collars. Li vedi sul binario, nei loro vestiti scuri e con le loro borse di simil-pelle, che frettolosamente cercano di accaparrarsi un pezzo di marciapiede il più possibile vicino a dove essi calcolano – o sperano – si aprano le porte del vagone, per entrare per primi. Una volta dentro, tuttavia, se sono rimasti in piedi, ostentano una cortesia artificiosa e di maniera.

In tarda mattinata invece, ci sono le vecchiette indiane e di colore che vanno a fare la spesa, e gli studenti che hanno saltato la lezione. In estate, quando le scuole sono chiuse, i liceali – insieme ai turisti, naturalmente – sono la maggioranza. Ecco: turisti e liceali in estate a Londra sono per me quasi un’apologia di reato, un’istigazione alla delinquenza. La mia ossessione emerge in tutta la sua inevitabilità.

La mia ossessione si chiama pelle.

Quando, complice il caldo, i vestiti cominciano a diminuire e i lembi di pelle femminile esposti al sole ad aumentare, io mi rendo conto di come da questa spirale di desiderio mi sia impossibile uscire. Tutte quella braccia, quelle gambe, quei piedi, quelle spalle e quelle scollature, gli ombelichi e i fianchi, il fondoschiena lasciato scoperto da pantaloni o gonne a vita bassa, gli infradito che esaltano lo slancio dei piedi, le spalline della canottiere che urlano di essere strappate, il collo lasciato scoperto dai capelli tirati su per la calura, e, a volte, quando le vedi sedute – le turiste straniere e le adoloscenti del posto con le loro gonne corte – sui gradini di qualche chiesa o di qualche piazza, quei centimentri di pelle che immagini inviolata dell’interno cosce e dell’inguine, la parte bassa delle natiche; tutta quella maledettissima pelle, quel canto delle Sirene senza un palo a cui legarsi se non i ricordi dei miei anni in carcere, che mi chiama e a cui non posso rispondere.

Questo lo ricordo bene: quando stavo dentro con mia madre, d’estate, le detenute giravano piuttosto discinte e sudate. A me era permesso andare a fare la doccia con mia madre, e lì guardavo con una prima, iniziale curiosità tutti quei corpi nudi, ma non c’era niente nel mio sguardo che potesse risultare in un giudizio estetico. Per me era solo pelle e carne e donne “amiche” di mia madre e la nudità, nonostante cominciasse a suscitare in me l’embrione di qualche pulsione, era cosa normale. Ma del carcere femminile ricordo anche i disagi e le limitazioni, e quelle immagini di fastidio e frustrazione mi riemergono guardinghe ogni volta che faccio pensieri illegali.

Non è una questione di sesso, sia chiaro. Non mi è mai mancato da scopare, e se il mio cazzo potesse parlare, si direbbe sazio e soddisfatto. Sono i miei occhi il mio male e la causa della mia ossessione, quando guardano rapaci i corpi delle donne che non conosco e che desidero per il semplice fatto di non conoscerle. Tutte le vorrei. Tutte.

Di questo desiderio a spirale, Clara se n’era accorta subito.

01. Perchè mi chiamano “il Santo”

C’era questo locale a Firenze, si chiamava il Lones o Loonies o qualcosa del genere, ed era uno dei pochi posti in centro dove facevano musica dal vivo. Infatti, i fiorentini non c’andavano, e la clientela era composta prevalentemente da stranieri, in maggioranza giovani in Erasmus o americane in libera uscita.

Un’americana in libera uscita è una studentessa che passa qualche mese in città per frequentare qualche corso d’arte o di lingua, e che esce regolarmente tutte le sera facendo tappa sempre negli stessi posti. Si sa dove trovarle e si sa che se non sono già ubriache poco ci manca. Roba facile, insomma, così, per sfogare un po’ di tensione.

Al Loonies o come accidenti si chiamava mi prendo un vodka lemon e mi vado a piazzare a lato del bar, tra l’ingresso e il piccolo palcoscenico dove stavano suonando cover dei Pearl Jam. Nel 1997 il Grunge era già finito, ma loro resistevano ancora e la voce di Eddie Vedder era come un assegno circolare. Individuo subito questa morettina, tutta ricci e infradito, di fianchi stretti e scollatura profonda, che agita la testa a pochi metri da me, verso il palco. Quando la band comincia a intonare Hail hail, che era uscita solo l’anno prima, mi avvicino a lei e le sorrido.

Are you woman enough to be my man?” – le canto in piena faccia.

Lei mi guarda spaventata, ma di quella paura che va via con un sorriso di circostanza. Le americane sono sempre spaventate, di tutto e di tutti, ed è per questo che bevono forte.

Al terzo vodka lemon decidiamo di uscire a fumare una sigaretta. Poi comincia il solito tour. Prima l’Irish Pub, poi il Cocktail Bar e infine il bicchiere della staffa in un ristopub in centro con un nome americano e dove gli americani vanno a mangiarsi l’hamburger. Appena usciti non facciamo in tempo a guardarci che subito ci ritroviamo con le lingue impastate che scivolano nelle nostre bocche. All’epoca erano ancora belle soddifazioni: rimediare una tipa con poco sforzo e qualche bevuta; oggi capita sempre più di rado, anche se già allora avvertivo la sensazione che era un gioco facile, uno sport amatoriale, un premio troppo semplice da vincere. Ma mi andava bene così.

A casa sua le compagne di appartamento stavano già dormendo e con uno sforzo di concentrazione realizzo che la proposta di svegliarle e organizzare un’ammucchiata mi avrebbe quasi sicuramente portato fuori di lì nel giro di pochi secondi. Entriamo in camera sua e lì il rituale fu quello che ti aspetteresti da un’americana in libera uscita: si spoglia subito e da sola, mi tira giù i pantaloni e me lo prende in bocca senza troppi complimenti. Non avendo fatto in tempo nemmeno a sedermi o a sdraiarmi, me lo lascio succhiare così, all’impiedi, come un capitano sulla tolda della sua nave mentre scruta i flutti. Bell’immagine.

Poi, ad un tratto, nel suo italiano non pessimo, mi fa: “Come hai detto che ti chiami?”

“Oliverio. Per gli amici, Oli”

E si rimette a leccare, accovacciata, mentre con la mani si accarezza tra le gambe. Dopo un po’ si alza e si mette a quattro zampe sul letto, senza dire una parola, e guardando di sbieco quell’erezione possente che mia aveva appena regalato. Non mi dispiaceva farlo in piedi, mi stancavo di meno e duravo di più. Mentre sono lì che le assesto dei colpi ben piazzati da dietro, lei si lascia sfuggire tutte queste espressioni in inglese che non avevo mai sentito prima: “Ohhh… hooly shit… yes! Oh! Yes! Holy fuck!”

E allora le rispondo, per cortesia: “Yes baby, Oli fucks you, Oli is here to fuck you!

Lei si volta d’improvviso, e scoppia a ridere, sussultando così tanto da finire col farmi uscire. Io la guardo rimbecillito, incerto se montarle addosso di peso o no.

Oh sorry, sorry… scusa! E’ che mi hai fatto ridere!”

La fisso.

“Io ho detto «Holy fuck!» e tu hai capito «Oli fucks»! Ahahahaha! Non sono lo stesso!”

Con la sinistra mi masturbo lentamente per non perdere l’erezione. E continuando a fissarla le chiedo: “E cioè?

“Holy fuck è un’espressione di meraviglia, cioè è un’espressione positiva! E poi si scrive con l’acca, non come il tuo nome! Non si dice in Italiano?”

Mi guardo intorno perplesso, e intanto me lo tengo su con le mani. Lei è seduta sul letto e mi osserva divertita, non so se per via della nonchalance con cui mi tocco davanti a lei o per colpa dell’equivoco linguistico.

Santo scopare… no, non abbiamo un’espressione del genere in Italiano… credo.”

“Ah, ok… non sapevo… ma è carino no? Tu sei Oli e tu scopi, tu sei santo, holy, e tu scopi!”

E così, ridendo superficiale come solo un’americana in libera uscita può fare, si siede ai bordi del letto e ricomincia a succhiarmelo e leccarmelo, prima lentamente e poi sempre più freneticamente, alternando le mani e la lingua. Quando non aveva la bocca occupata, mi ripeteva ridacchiando: “Yes, Oli fucks, il Santo scopa! Scopa Santo!”

Le venni, improvvisamente, in faccia. Non l’avevo mai fatto prima, ma l’avevo desiderato spesso. Lei non disse nulla, e si limitò a sorridere fissandomi negli occhi. Poi andò in bagno, si lavò e tornò nel letto dove nel frattempo ero crollato.

Mi baciò sulla guancia e mi disse: “Goodnight Santo…”

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