Dopo aver lasciato Flora, in una primavera ancora restia, e il mare di Rimini grigio come la saracinesche chiuse degli stabilimenti, la mia classe se ne andò in gita. La gita lunga, quella del quinto, l’epopea di ogni liceale italiano. Io ero un po’ indeciso: il pensiero di condividere più delle cinque ore d’ufficio con i compagni di classe e i professori un po’ mi angustiava, ma il fatto che andassimo in Sicilia mi stuzzicava parecchio. Avevo bisogno di spazi vasti, di sole, di movimento, delle rudezza di un paesaggio come quello palermitano, che nel mio immaginario aveva le forme dei film per la TV e dei racconti delle detenute che erano passate dal Pagliarelli di Palermo.
La notte in treno fu lunga: il cambio a Bologna, l’espresso notturno fino a Villa San Giovanni, lo stretto all’alba, il sole ormai alto sul Tirreno. Qualche bacio, qualche manata scomoda con Flora, per inerzia, nello scompartimento dove le altre quattro vicine di banco fingevano di dormire. Due di esse rimpiangevano di non essere al posto di Flora, le altre due avrebbero preferito morire piuttosto che farsi toccare da me. Una buona proporzione, pensai.
Palermo m’investì come uno sbuffo d’incenso. Le strade erano vermi di terra, sporchi e viscidi, di un basalto antico, e su di esse scorrevano liquami e odori che non sapevo distinguere. La gente ti guardava diritto negli occhi, tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, come se volessero capire se potevi tornare loro utile o se al contrario costituivi un pericolo. Questo mi ricordava certi sguardi visti in carcere. Io non abbassavo gli occhi, pur respirando un filo di paura, perchè così mi aveva insegnato mia madre, e spesso mi guadagnavo un “Buongiorno” da parte di chi incrociavo. Dopo un po’, standome indietro, distaccato rispetto agli altri ragazzi, cominciai io stesso a salutare, e non ci fu una volta che il saluto non mi venisse ricambiato.
Ad Anna feci un cenno di omaggio con la testa, che lei ricambiò infilzandomi quei suoi occhi azzurrissimi in mezzo ai miei. Tanto bastò perchè la sera stessa, abbandonati gli altri, andassi a perdermi per i vicoli del centro storico di Palermo, dove mi avevano detto che la notte durava più del buio, nella folle intenzione di ritrovare la luce di quello sguardo meticcio.
Ebbi fortuna e la ritrovai a Piazzetta Garraffello, a braccetto di un’amica, che passeggiavano. Mi avvicinai con un numero di repertorio.
- Scusa, conosci un bar carino, magari non troppo affollato, qui nei dintorni?
Mi puntò di nuovo gli occhi in mezzo al cranio, e dietro teneva l’artiglieria di un sorriso accecante, pronto a sparare.
- Che genere di bar?
- Di quelli che piacciono a te.
La notte la passai ostaggio di quegli occhi carcerieri, di quella bocca scolpita, di quella pelle mediterranea, di quei ricci che mi attorcigliavano i sensi, a parlare e ad ascoltare di tutto e di niente. Del perchè bisogna leggere Sciascia per imparare l’Italiano, del fatto che dopo i Nirvana c’era solo da passare a Tom Waits, di che cosa significa essere donna in Sicilia, del gelato al pistacchio contro quello alla cannella, del futuro che non eravamo in grado ancora di conoscere ma ce lo immaginavamo come gli eroi, sempre giovani e belli. Anna si lasciò accompagnare a casa all’alba, dal chiosco lungo il mare che aveva abbeverato le nostre chiacchiere.
- Io abito qui. Magari domani passi a prenderti un latte di mandorla, tanto sono da sola a casa…
Tanto sono da sola a casa. Rientrai in albergo con quella frase che mi rimbalzava nel cervello, e una volta in camera, mi chiusi in bagno, feci scorrere l’acqua calda nella vasca, e mentre i sensi si scioglievano nel vapore, mi masturbai pensando a lei, da sola, in quella casa, che faceva lo stesso.
L’indomani, liquidati gli impegni ufficiali con una scusa, uscii a metà mattinata alla ricerca di quell’indirizzo, sudando sotto un sole più che primaverile. Non avevamo nè cellulari nè chat-lines nè internet nè voli low-cost allora, e dalle donne si andava con passi lunghi e ben distesi. Quando arrivai nella sua strada, nei pressi di Piazza della Kalsa, la vidi da lontano, seduta sul balcone al primo piano, con un vestito bianco dalle spalline sottili, i piedi greci appoggiati a uno sgabellino di legno e vimini, intenta a leggere un libro. L’avrei presa in quel preciso istante, su quel balcone, come un terremoto che ti sorprende nella calma della notte. Si voltò, come manovrata da una premonizione – di quelle premonizioni che le donne sentono come certezze in fondo al ventre – e mi vide arrivare. Il suo sorriso, di nuovo.
Non disse nulla, le parole le avevamo già usate. Mi prese per mano e mi portò in camera sua, una camera borghese e un po’ infantile, con i poster di Klimt, bambole sparse, e tanti soprammobili, tra cui un souvenir di Bologna. Lasciò cadere le spalline del suo vestito con quella timidezza che un uomo crede sincera e poi, negli anni, capisce essere la più affilata delle armi di seduzione. La sua pelle urlava secoli di storia. I capezzoli scuri risaltavano come magneti. I peli tra le sue cosce odoravano di tufo e basalto. Sentii l’improrogabile urgenza di baciare quella fica a un tempo giovane e antica, la fica di una dea greca rifugiatasi a Palermo per nascondersi dalle proibizioni di una nuova religione.
A diciotto anni scopare è un esercizio. Nella palestra del sesso, io ero un ginnasta medaglia d’oro, rispetto ai miei coetanei anagrafici. Ma Anna era una pittrice.
- Qui. Più sopra. Sempre e solo lì.
Furono le uniche parole che pronunciò quella mattina, la mattina che scoprii il clitoride e la possibilità di dare piacere senza dare intrusione. Lasciò che leccassi e succhiassi fino a quando non mi tirò su lei stessa e mi volle dentro di sè. Anna era più che sesso, era un viaggio nel tempo, la scoperta di una dimensione nuova – ma io non lo sapevo ancora, percepivo solo che davanti a me il futuro si stava rivelando meno noioso del previsto.